LA TEIERA SPAZIALE di Bertrand Russell (1872-1970) (dall'articolo mai pubblicato "Is There a God?" del 1952).1 - Se io sostenessi che tra la Terra e Marte c'è una teiera di porcellana in rivoluzione intorno al Sole lungo un'orbita ellittica, nessuno potrebbe contraddire la mia ipotesi, purché aggiungessi che la teiera è troppo piccola per essere rivelata, sia pure dal più potente dei telescopi.
2 - Ma se aggiungessi che - dato che la mia asserzione non può essere confutata - dubitarne sarebbe un'intollerabile presunzione da parte di chi ne dubita, si penserebbe con tutta ragione che sto dicendo fesserie.
3 - Se, invece, l'esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come sacra verità e instillata nelle menti dei bambini a scuola, l'esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all'attenzione dello psichiatra, in un'età illuminata, o dell'Inquisitore, in tempi neanche troppo lontani.
Per me, il ragionamento assomiglia a quello dell'asino che vola. Ma guaderei meglio anche Ludwig Wittgenstein (1889-1951) in DELLA CERTEZZA (titolo originale, On Certainly, Oxford 1969):
1 - Se sai che qui c'è una mano allora ti concediamo tutto il resto.
(Il dire che questa proposizione così e così non si può provare non significa, naturalmente, che non la si può derivare da altre proposizioni; ogni proposizione si può derivare da altre. Ma può darsi che queste non siano più sicure della proposizione stessa). ...
2 - Dal fatto che a me - o a tutti - sembri così, non segue che sia così.
3 - Se per esempio un tizio dice: "Io non so se qui ci sta una mano", gli si potrebbe replicare: "Guarda un po' meglio". - Questa possibilità di convincersi fa parte del gioco linguistico. E' uno dei suoi tratti essenziali.
Con un po' di ardimento si potrebbe passare al Tractatus logico-philosophicus, sempre di Wittgenstein, l'unico suo libro edito in vita (Vienna 1918), la cui prefazione dell'autore apre così:
Tutto ciò che può essere detto si può dire chiaramente; e su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere.
E il cui testo chiude così:
Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere.
E così, dei tre settori in cui Karl Marx divideva la branca della "sovrastruttura" di un sistema sociale (religione, politica e cultura), ne abbiamo fatti fuori due con un colpo solo, giacché anche la politica, certa politica, e non solo essa, si serve dell'espediente del "somaro che vola".
Della "struttura", cioè delle forze produttive, e della "infrastruttura", cioè delle opere che servono a far funzionare le altre due branche, come strade, aeroporti, scuole, ospedali, ecc., non è nostro compito occuparcene qui.
Dunque, non ci rimane che occuparci della cultura, evitando la degradante gentiliana distinzione tra cultura umanistica e cultura scientifica.
Per approfondire l'argomento vi sono dei links: (1), (2), (3), (4), (5), (6), (7), (8), (9), (10), (11). Se non ti bastano, vedi Storie di ordinaria follia.
Aggiunta: Programma in forma di lettera (a Diego Fusaro)
A: fusaro@filosofico.net, 14 novembre 2013 14:44 - fusarod@libero.it, 14 novembre 2013 14:51 -
(Nota - Qui vengono aggiunti dei links, che il testo originario della e.mail non aveva, allo scopo di precisare ciò che scrivo)
Oggetto: Complimenti.
Sono contento di vederla in TV, idee chiare, esposte con chiarezza, e molto vicine al mio pensiero e, soprattutto, al mio modo di essere (perché il pensiero non è che solo l'ombra della vita, parafrasando il primissimo Abbagnano del 1923).
Vorrei incoraggiarla come si potrebbe fare con un amico, perché c'è tanto di irrazionale nella nostra società occidentale (al tramonto, secondo Spengler, 1918-23) che si presenta più come una "folla" occidentale (Le Bon, 1895).
Ho letto "a spizzichi e bocconi" (e mi riprometto di farlo con migliore sistematicità) il suo "Essere senza tempo" 2010, che, mi sembra, sia un'analisi accorta del valore antropologico del tempo.
Dopo "Essere e tempo" (1927), ed il suo "Essere senza tempo", mi viene in mente, e non già per giocare sulle parole di un titolo ad effetto, un "Tempo senza essere", ovvero una riflessione sull'esistenza (come quella attuale, a torto o a ragione non importa) autenticamente intesa, e non già come un qualcosa cui è stato soppresso il metafisico. Una riflessione sulla "ordinarietà" della vita, quella che non contempli forme posticce di essere.
Proverei a spiegarle meglio e come meglio mi vengano le parole.
Se dico che sono ateo non è vero perché non mi riconosco nel privativo "senza qualcosa", "senza dio", come se si potesse dire "afono", poiché in quest'ultimo caso la natura ci ha fatto con l'udito incorporato nella nostra sensibilità, ma non anche con la divinità incorporata nella nostra sensibilità.
Quindi non posso dirmi ateo, dal momento che ho tutto quel che natura vuole. I credenti, se mai, hanno qualcosa in più di me, come i ricchi hanno qualcosa in più di me, con il quale però non sono nati, ma se lo sono aggiunto per opera propria (avrebbero potuto darsi una collezione di farfalle invece dei soldi, ad esempio) o perché la condizione sociale lo ha richiesto o consentito.
Cioè, a me non manca niente, e uso quelle poche facoltà che natura mi ha fornito (la ragione soprattutto e, questo si, un po’ metafisicamente, la curiosità per i tanti fenomeni ancora inspiegabili, soprattutto nelle scienze, da quelle biologiche e quelle fisico-matematiche), per godere delle tante bellezze dell'esistenza (e, a volte, anche delle immense sofferenze di cui ci troviamo a patire nel corso della vita - cosa a lei ancora non accaduta, spero, vista l'età).
Non troverei niente di meglio, quindi, che leggere qualcosa in merito a "Tempo senza essere", che le proporrei di scrivere, prima che le scippino l'idea.
Con ciò si darebbe una ragione esistenziale positiva ai tanti che come me hanno condotto la vita dopo l'infanzia, in cui si è succubi della cultura e delle credenze domestiche. Una ragione esistenziale fatta di positività, senza "patacche" aggiunte ad arte dai preti e imbonitori di turno.
Forse l'ha già fatto Abbagnano nel suo "La struttura dell'esistenza" del 1939 (che dovrei rileggere), ma servirebbe una rivisitazione in chiave attuale.
Forse il passo successivo potrebbe essere "Senza tempo", tout-court, nel senso dato da Cioran in "La caduta nel tempo", 1964.
Mi scuserà l'apparente saccenteria delle citazioni di cui sopra, ma sono indicate solo con lo scopo di capirci meglio intorno a concetti già espressi da altri.
Grazie per l'attenzione

